Una tappa alla ri-scoperta del Lazio di Vittorio Marchitti e Claudia Bucchi

Quando abbiamo fatto rotta alle pendici dei Lepini, a pochi passi da quei Giardini che il mondo ci invidia, a Doganella di Ninfa, abbiamo incontrato la splendida famiglia Giangirolami che per il vino coltiva una passione innata.
Il fruscìo di un vento deciso sembrava intonare una musica tra i filari della vigna tutta davanti ai nostri occhi, il sole, insieme alla bolla di “Ninphe”, scaldava i cuori. Una dea affascinante, questa Ninphe 2020, 100% grechetto, che prende vita tra suoli argillosi e tufacei. Metodo classico ancestrale, dal calice emerge con un perlage fine ed apre con il sentore tipico del forno del paese, quella crosta di pane croccante appena sfornato, per lasciare spazio al bouquet di fiori bianchi, gelsomino, frutta a polpa gialla, una nota citrica. In bocca è sapido, verticale. Un benvenuto notevole, abbinato deliziosamente con un crostino al lardo, pecorino, miele e scaglie di parmigiano.

Nella casa di campagna, ci siamo seduti a tavola per il pranzo in compagnia del “Regius” 2020, un blend di Chardonnay, Sauvignon e Viognier, vitigni internazionali che grazie alle brezze che arrivano dal mare del Circeo ed i venti più freddi mitigati dai Monti Lepini, trovano qui un habitat fertile. Al naso punge subito la nota di frutta esotica, il fiore di limone, al gusto si rinnova una costante sapida e persistente. Se poi ad accompagnarlo c’è un carpaccio di Salmone alla rapa rossa, olio di fico e agrumi, il gioco è fatto.

A questo punto, dato il momento, è arrivato un principe della tradizione, il “Propizio” 2020, un grechetto 100% anche lui che profuma di ananas, pera, mela, erbe aromatiche e al sorso parte verticale con quella spalla acida spiccata e una lieve nota minerale tufacea. Chiude fresco e morbido, perfettamente in armonia con il bussolotto di vitello con insalatina di champignon, scarola, parmigiano e cipolline.

Ad un tratto è spuntato “Rosé”2020, rosa limpido, brillante, 100% Syrah, qualche ora di contatto delle bucce col mosto, nel calice noti la fragolina, la bacca di vaniglia, una leggera nota speziata di pepe rosa. La beva rileva quel principio asprigno di melograno che poi chiude morbida ed equilibrata. E quei tagliolini mari e monti fumanti, come si sposavano bene!

Ed il nero buono che in queste terre si coltiva da sempre? Si staglia rubino nel “Lepino” 2019 che riposa dai 12 ai 18 mesi in botti grandi, per sprigionare, una volta aperto e roteandolo al calice, sentori di ciliegia, marasca, terriccio, cuoio, tutto quanto poi abbiamo ritrovato degustandolo, insieme ad una gradevole astringenza, un tannino che scalpita e che con l’affinamento in bottiglia potrà levigarsi. Ci siamo lustrati il palato via via che il petto d’anatra, topinambur, castagne e indivia lo accompagnava.

Non contenti abbastanza, con quella crostata al limone con mousse di ricotta su marmellata di arancio e pomodori verdi, abbiamo assaggiato il passito “Apricor” 2020, una malvasia 100%, color dell’oro, una splendida espressione di vendemmia tardiva, con quei grappoli lasciati ad appassire sulla vite. Un trionfo di miele, arancia candita, fico secco, dattero, che si apre in un’equilibrata ed elegante persistenza.

E quando siamo usciti dalla sala da pranzo, il Sig. Donato, da buon padrone di casa, su quel tavolo-tronco ci ha viziato ancora, ha stappato il suo “Peschio 36” 2016, un blend di petit verdot e cabernet sauvignon che come dice il suo nome trascorre minimo 36 mesi in botti grandi, aprendosi al naso con un potpourri di frutta rossa sotto spirito, pepe bianco, chiodo di garofano, pellame, fungo sottobosco che al sorso abbiamo ritrovato in perfetto equilibrio in tutta la sua morbidezza. Quale miglior modo di lasciarci meditare in sua compagnia sulla storia dell’azienda e gli aneddoti di famiglia? Complimenti a voi, anche per il rapporto qualità/prezzo assolutamente corretto.